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Non possiamo dimenticare che i profughi sono delle persone

L’intervista al Vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, pubblicata da l’Eco di Bergamo di domenica 19 luglio 2015:


«La paura è comprensibile, l’amarezza maggiore è cogliere il disprezzo». «In questi anni tutto abbiamo fatto meno che ignorare le sofferenze e i bisogni della gente bergamasca». «I sindaci siano ispirati da valori umani e cristiani»


Giorgio Gandola

Dopo sei anni si sente il padre della Comunità. Il vescovo Francesco Beschi li ha impiegati a conoscere Bergamo e i bergamaschi, ad attraversare le valli e la pianura, a toccare con mano le somiglianze e le differenze dei 242 Comuni della provincia. Tutto questo nella stagione durissima della crisi. Crisi economica, crisi di prospettiva, scricchiolamento di valori. Così è ancora più importante, in fondo a questo percorso, soffermarsi a osservare il profilo del territorio e della sua gente per notarne i mutamenti, per individuarne le debolezze, per saggiarne la solidità.
Qual è lo stato della Bergamasca e della sua gente?
«L’attenzione alla comunità, la visita a parrocchie e Comuni sono conseguenza di una scelta di cui sono convinto. Pur essendo nato in una casa così vicina, Brescia, non conoscevo se non in maniera superficiale la realtà bergamasca. E oggi dopo sei anni sono più consapevole della mia ignoranza. Più si conosce, più ci si rende conto della nostra ignoranza davanti alla ricchezza di questo territorio. Parlare delle comunità bergamasche significa riconoscere evidenti elementi di omogeneità e percepire delle diversità interessanti».
Proviamo a definirle.
«L’omogeneità vera è ciò che unisce noi e il territorio: tradizioni, rispetto per le radici, valori condivisi. In definitiva una forte propensione a coltivare tutti gli elementi che rafforzano i processi di identificazione. E questo è alla base della tenuta del tessuto sociale. L’aspetto problematico è che ciò non si trasformi, come talvolta succede, in chiusura. L’identificarsi, il riconoscersi è importante come punto di partenza per il dialogo, la rielaborazione delle diversità, l’apertura di nuovi spazi, nuove vie, nuove possibilità».
Il lavoro è rimasto un altro tratto comune?
«Certo, l’operosità diffusa è dominante. Non è solo cultura del lavoro, ma cultura del fare. Qui ciò che conta è quello che fai, anche dal punto di vista evangelico. La parabola del buon Samaritano si conclude con “va’ e fa’”. Questo è un elemento che si può riconoscere come volto di questo territorio e lo distingue da altri. Se c’è un limite in tutto ciò è quello di ridursi al fare e di non allargare lo sguardo, cogliere le ragioni e lo stile del fare, gli obiettivi più grandi dentro cui sta tutta questa operosità. In questo contesto sta anche la Chiesa, pure caratterizzata da questi due aspetti. C’è un volto di Chiesa molto riconoscibile e c’è un’operosità altrettanto evidente. Con i valori e con i limiti».
La crisi ha lasciato segni profondi, piaghe evidenti nel mondo del lavoro. La dignità del fare è rimasta un punto fermo?
«Quando parliamo di crisi non parliamo di statistiche, ma di famiglie, di fatica nel percepire una ripresa, di imprenditori piccoli e medi che non riescono a vedere i frutti dei sacrifici fatti in questi anni. La questione è ancora serissima. Dentro questo orizzonte c’è il grande tema della cultura del lavoro che appartiene in maniera significativa alla storia di questa comunità. C’è una serie di elementi diventati criteri e valori condivisi, sottoposti a prova dalla crisi. Il primo è la dedizione al lavoro: la nostra gente è riconosciuta come lavoratrice. Il secondo è l’onestà, ovvero un lavoro in cui verità e limpidezza sono parte importante. Terzo elemento: la qualità, vale a dire la cura del lavoro e del prodotto del lavoro».
Sono aspetti della tradizione bergamasca. Non c’è il rischio che la crisi li annacqui?
«Questi aspetti morali non possiamo svuotarli. È vero che nella crisi le tentazioni si fanno sentire più forti, ma pensare di percorrere scorciatoie significa non arrivare alla meta o arrivarci con grande precarietà. Si comincia a sentire: se non hai successo sei un fallito. Ecco, questa è una deformazione, è un rischio a cui siamo esposti».
Nelle persone albergano sfiducia e diffidenza. E tutto questo viene enfatizzato nel mondo virtuale dei social network, dove difficilmente si riesce a trovare serenità.
«È segno di una solitudine grande e diffusa, una delle malattie più impressionanti del nostro tempo. Non è più la solitudine dell’anziano e dell’adolescente, è la soluzione finale di un individualismo che ci divora. La solitudine alimenta questo, uscire su piazze anonime dove il risentimento assume caratteristiche della pulsione. Tutto ciò dipende dalla cultura individualistica che stiamo respirando a pieni polmoni. Dove tutto si gioca non sulla forza dei sentimenti ma sulla violenza delle emozioni. Non c’è nemmeno più lo spazio, non dico della riflessione, ma della verifica della verità di ciò che è stato detto».
Un tema importante è quello dei profughi. Cosa si può dire a istituzioni in difficoltà e a cittadini spaventati?
«Partirei da uno sguardo che sia capace di fermarsi e di posarsi sugli occhi di un’altra persona. Stiamo parlando di donne, di uomini, di bambini. Mi sembra che l’imponenza del fenomeno migratorio e le mille vicende che lo caratterizzano, ci facciano dimenticare questa verità elementare: i protagonisti di questa epocale vicenda sono persone. Per me l’amarezza maggiore è cogliere non la paura – quella è comprensibile per noi e per loro – ma il disprezzo».
A Bergamo, in prima linea c’è la diocesi con la Caritas. E ci sono i sindaci che hanno reazioni diverse rispetto al problema. Come trovare una strada comune?
«La solidarietà non guarda in faccia a nessuno, non mette uno contro l’altro e non favorirà mai la guerra tra poveri. La forza morale dell’impegno della Chiesa di Bergamo dipende da una consapevolezza: in questi anni tutto abbiamo fatto meno che dimenticare i problemi, le sofferenze e i bisogni della gente bergamasca. Quanto alle istituzioni, una delle più autorevoli è rappresentata dal sindaco. L’esercizio delle responsabilità da parte di chi riveste questo ruolo dev’essere alimentato da valori umani e cristiani di grande forza e ampiezza. Lo dico con considerazione del servizio svolto da queste persone, ma anche col desiderio che interpretino il ruolo con una grandezza non solo di cuore, ma anche di comprensione della realtà. Detto questo, a partire dalla forza e dalla concretezza dell’accoglienza che la Chiesa sta esercitando, noi dobbiamo esigere politiche complessive di governo più consistenti».
Da parte di Comuni e Provincia c’è la tentazione di demandare parte del welfare alla Chiesa.
«La responsabilità di vivere il Vangelo ci è propria, quella di sostituire lo Stato no. Continueremo con gioia e spirito di servizio ad assumerci le nostre responsabilità. Ma il pericolo è quello del venire meno della coscienza sociale, quasi che i bisogni degli ultimi siano un residuo da affidare alla missione della Chiesa. Un Paese non cresce se imbocca questa strada».
Ha da poco festeggiato i 40 anni di sacerdozio. Cosa significa per lei questo percorso di fede?
«In questo percorso c’è un moltiplicatore della gioia, della serenità, nonostante i limiti, gli errori e i peccati. Un moltiplicatore rappresentato dalla riconoscenza. Non è un merito né un traguardo, è un dono. La riconoscenza per la mia famiglia, per gli altri preti, per questa terra e per questa Chiesa. Vivere con riconoscenza è un bel vivere, vorrei che tutte le persone vivessero la loro vita, a volte più provata della mia, sotto questo segno».
Vescovo Francesco, è appena tornato dal pellegrinaggio in Grecia, nel cuore di un Paese spaventato e senza un euro. Cosa ha visto?
«Ho visto turisti accolti come la manna, guide preparate e partecipi della sorte del loro Paese. Il vescovo di Atene mi ha manifestato preoccupazione, perché qualsiasi soluzione costerà enormemente alla povera gente e alla classe media. Vedendo quella situazione e l’antica storia della Grecia, capisci che l’Europa non può vivere solo di tecnocrazia e finanza. Ci sono valori e ideali che vanno rilanciati, altrimenti l’Europa si disgrega».
A dicembre si apre l’Anno Santo voluto dal Papa. Come dobbiamo interpretarlo?
«L’Anno Santo non è una grande possibilità, ma la grande possibilità. Quella di riconoscere il dinamismo di un amore più grande di ogni schema, chiusura, rigidezza. L’amore come forza rigenerativa. Noi sempre avvertiamo il desiderio di ricominciare, trovare una nuova possibilità, sperare. Nel segno di un amore rigenerante, l’anno della Misericordia offrirà un orizzonte di speranza a tutti. E mi auguro che coloro che credono ne diventino i testimoni».


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La sicurezza si costruisce con l’accoglienza

L’Eco di Bergamo del 6 gennaio 2015 intervista Don Fausto Resmini:

La sicurezza si costruisce con l’accoglienza

Il vescovo Beschi alla stazione per l’inaugurazione della nuova mensa Posto caldo di Servizio Esodo Gori: restituita a don Fausto parte della sua carità

Laura Arnoldi

Un taglio del nastro pieno di emozioni quello di ieri per l’inaugurazione della nuova mensa Posto caldo, alla stazione delle autolinee. Molte le persone presenti per la consegna, alla vigilia della Festa dei popoli, del luogo che potrà accogliere fino a 64 persone per volta, offrendo loro un pasto nella struttura gestita dal Servizio Esodo. Un servizio che quest’anno raggiunge i 25 anni di «presenza in strada» e reso possibile, come è stato più volte ricordato, dalla disponibilità di tanti volontari. 

Un progetto che ha visto la collaborazione tra diocesi e Amministrazione comunale, e che vuole essere segno di attenzione per chi vive nella città, talvolta ai margini, in situazioni di difficoltà. Significativa la presenza della Giunta comunle, di consiglieri regionali, parlamentari e del ministro Maurizio Martina. 

Il vescovo Francesco Beschi ha sottolineato che «la benedizione di questo luogo è il ringraziamento per quanto si costruisce nella città anche attraverso un rapporto virtuoso tra Chiesa ed amministrazione che porta frutti positivi». Il vescovo ha ricordato quanto sia importante, nella sua esperienza personale, il luogo della stazione: «Sono figlio di un ferroviere e per me la stazione era la casa. È un luogo di transito per tutti, ricchi o poveri, lavoratori o turisti. Un luogo che ha anche bisogno di sicurezza, ma la sicurezza si costruisce con l’accoglienza. La lunga storia del Servizio Esodo rappresenta la fedeltà della risposta che si sta dando ai bisogni». Il vescovo ha poi richiamato l’invito di Papa Francesco «a servire i poveri, accompagnarli attraverso l’incontro e difendere le persone nella loro povertà».

«Questa struttura è una piccola restituzione all’opera di carità compiuta da don Fausto Resmini con il Servizio Esodo – ha sottolineato a sua volta il sindaco Giorgio Gori –. È nostro desiderio essere vicini agli ultimi. È uno dei temi presenti nella nostra agenda. Ci proviamo con un progetto ereditato dall’amministrazione precedente, ma la cui realizzazione abbiamo voluto accelerare». Gori ha ringraziato don Fausto, gli operatori, i 70 volontari che quotidianamente impegnano il loro tempo e non si occupano solo di distribuire pasti caldi, ma offrono ascolto e cura. 

Con la voce rotta dalla commozione, l’assessore ai Lavori pubblici Marco Brembilla ha evidenziato come quella di ieri sia la sua prima inaugurazione per un’opera pubblica, intesa come «luoghi in cui le persone vivono». Il progetto è stato modificato rispetto all’originale con un incremento di posti da 40 a 64, e uno spazio attiguo destinato alla sede dei City angels: «La nuova pianificazione – ha detto Brembilla – è stata condivisa con don Fausto, inaugurando quella che vorrei fosse una modalità di lavoro di progettazione partecipata da attuare anche in futuro».

La parola è stata poi presa da Maria Carla Marchesi, assessore per la Coesione sociale: «Quella che per tutti è sempre stata chiamata la “mensa di don Resmini” è caratterizzata dall’attenzione concreta alla persona, a cui prima di tutto è necessario garantire rispetto e dignità. La mensa è un luogo di transito e a chi è di passaggio l’amministratore deve offrire un luogo dignitoso». Come presidente dell’Assemblea dei sindaci, Marchesi ha ricordato che la mensa non è un aiuto solo alla città, ma anche a tutto il territorio della provincia e che i sindaci verranno sensibilizzati a sostenere l’opera.

«Il riconoscimento della persona è al primo posto, al di là dei diversi stili di vita» ha assicurato don Fausto, ricordando che è «la prima volta che in questa città si mettono al centro i poveri considerati cittadini». I poveri sono tanti, anche nelle periferie: «Non aspettiamo che loro vengano da noi – ha continuato don Fausto –. Chiesa e politica si incontrano per lavorare insieme, la prima ha sempre a cuore i poveri e li pone al centro; la seconda si occupa del bene comune». 

È lunga la storia del Servizio Esodo, nata dall’attenzione per chi viene per strada: «Dalla strada si deve ripartire, la strada è il vero volto della città» ha detto Fabio Defendi, coordinatore del Servizio. E a raccontare della vita della strada e dell’importanza di trovare ascolto sono stati due testimoni. Il primo, Renato, un tempo alcolista e all’età di 50 rinato, anche grazie al Patronato di Sorisole e al suo «condottiero» don Fausto; il secondo, Martin, brasiliano da 12 anni in Italia: «Sono veramente contento oggi per questa festa».

Infine, una preghiera di Padre David Maria Turoldo è stata recitata – anche in arabo, inglese e romeno – prima della benedizione.